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13 luglio 2009
Documento congiunto associazioni sulla delocalizzazione delle Cave Moccia
Riportiamo il documento integrale delle associazioni sulla delocalizzazione delle Cave Moccia firmato dai rappresentanti dei Comitati di San Clemente, Comitato salute pubblica di Maddaloni, ...

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di: Cs/VivoCaserta | News Flash

Riportiamo il documento integrale delle associazioni sulla delocalizzazione delle Cave Moccia firmato dai rappresentanti dei Comitati di San Clemente, Comitato salute pubblica di Maddaloni, Comitato Vivibilità di Maddaloni, Legambiente,  L’associazione Terra Nostra,  il CO.AS.CA (coordinamento associazioni casertane), l’ASPPI (associazione sindacale piccoli proprietari immobiliari) Co. Em. R. (comitato emergenza rifiuti), LIPU (lega italiana protezione uccelli), Comitato delle due Sicilia.

VivoCaserta appoggia in pieno il documento.

Conferenza di servizi 13 Luglio, “Progetto di delocalizzazione di cava e cementificio della società Moccia-Buzzi”

La sottoscritta, Giovanna Maietta, nella qualità di rappresentante di: Legambiente, del Comitato di Quartiere di Parco Cerasola e di Centurano, dell’Asppi (Associazione sindacale piccoli proprietari immobiliari)

I sottoscritti rappresentanti dei Comitati di San Clemente, Comitato salute pubblica di Maddaloni, Comitato Vivibilità di Maddaloni, Legambiente,  L’associazione Terra Nostra,  il CO.AS.CA (coordinamento associazioni casertane), l’ASPPI (associazione sindacale piccoli proprietari immobiliari) Co. Em. R. (comitato emergenza rifiuti), LIPU (lega italiana protezione uccelli), Comitato delle due Siciliae, espongono quanto segue:

PREMESSO CHE:

L’art. 28 delle N.d.A. del PRAE classifica l’area di cava della ditta cementi Moccia ZCR C2. I commi 1, 2, 3, dell’art. 28 sanciscono che:

  • le zone altamente critiche (ZAC) sono aree di crisi costituite da porzioni del territorio in cui sono venute meno le condizioni di sostenibilità ambientale che comprendono cave per le quali è prevista la dismissione controllata dell’attività estrattiva da attuarsi entro il termine di scadenza dell’autorizzazione, comunque, entro il termine massimo di 24 mesi a decorrere dalla data di entrata in vigore del PRAE. Tale termine al fine di conseguire una più graduale dismissione potrà essere prorogato, dal competente dirigente regionale, per non più di anni 3, previa valutazione.
  • Le zone altamente critiche presentano tutti gli elementi propri delle aree di crisi e le ulteriori seguenti caratteristiche:
    1. Elevata concentrazione di cave attive di notevole dimensione in ambito ristretto
    1. Contiguità o prossimità della cava ai centri o ai nuclei abitati e/o alle zone vincolate
    2. Impatto percettivo e degrado paesaggistico visibile anche da lunga distanza
    3. Paesaggio fortemente destrutturato e degradato
    4. Compresenza di elementi paesaggistici di particolare pregio
    5. Superamento dei limiti di sostenibilità ambientale
  • Il PRAE individua nel territorio della Regione Campania, il primo gruppo di zone altamente critiche  (la cava Santa Rosalia rientra pienamente in questo gruppo), per le quali è disposta la dismissione dell’attività estrattiva e l’esecuzione di tutti gli interventi necessari per la riqualificazione ambientale del sito entro il termine di scadenza dell’autorizzazione rilasciata e, inderogabilmente, entro il termine di 24 mesi dalla entrata in vigore del PRAE.

Vale la pena, preliminarmente, ricordare che l’area in cui insistono cava e cementificio della ditta Moccia presenta queste caratteristiche, alcune delle quali, preesistenti all’insediamento degli impianti. Le affermazioni di chi vuole accreditare nella periferia orientale di Caserta, infatti, l’azzardo di costruzioni posteriori all’installarsi delle cave sono clamorosamente false. Caserta è in realtà una città policentrica, sviluppatasi su 22 frazioni storiche, veri e propri villaggi e/o casali che esistevano prima della città vanvitelliana e del villaggio Torre. Basti pensare che San Clemente è menzionata dalla Bolla del Vescovo Sennete nel 1100 e dal Papa Alessandro III da Siena nell’attribuzione di chiese e proprietà al  vescovo Porfirio. Risalendo nel tempo possiamo dire che San Clemente sorge su parte dell’antica Calazia di cui serba il ricordo nel toponomastico di via Galatina. Esistono, d’altra parte, insediamenti illustri che testimoniano dell’antichità della formazione comunitaria san clementese come per le altre frazioni. Il palazzo Daniele, proprietà dell’omonimo e illustre studioso casertano, ospitò un museo d’iscrizione epigrafiche rinvenute nel giacimento archeologico locale. Calazia era una delle più importanti città della Campania Felix e anche dopo la distruzione della civitas persisté un insediamento notevole che nel 1700 contava un migliaio di persone e aveva finanche una farmacia. Intorno alle chiese del borgo antico si stratificarono costruzioni familiari di vario tipo ma con prevalenza di case curtensi trasformate nel tempo in abitazioni civili. Dall’altro lato della cintura pedemontana, Centurano richiama una centuriazione romana ed evoca presenze legionarie al confine con il Sannio ma, senza spingerci così lontano, sappiamo che la chiesa di Santa Lucia era parte di un complesso conventuale del 1500 mentre la villa dei nobili Pierantoni era frequentata dalla scrittrice Matilde Serao. Intorno alle costruzioni patrizie si sono levate le case della gente comune, un borgo descritto con vivacità nell’opera dell’intellettuale napoletana e direttrice de Il Mattino. Antichi Casali come Garzano, Tuoro, Casolla custodiscono memorie e monumenti illustri come la chiesa di San Rufo e il complesso benedettino di San Pietro ad Montes.  Si è alla presenza di costruzioni dell’epoca medievale che sono radicate nel tessuto cittadino e nel paesaggio nonostante gli stravolgimenti e le speculazioni edilizie che, insieme alle attività estrattive e ai cementifici hanno prodotto profonde ferite al territorio e danni all’ambiente.   Affermare che gli opifici industriali del cemento e le cave siano antecedenti a tutto questo patrimonio culturale e sociale non solo è falso ma addirittura antistorico.

Nel 2004 La cava e il cementifico della Cementi Moccia furono sequestrati dalla Procura di santa Maria Capua Vetere  per varie difformità. In seguito cementificio e cava furono dissequestrati con un provvedimento che obbligava inizialmente il rispetto di determinate condizioni poi modificato e integrato svincolando gran parte del versante di cava.

CONSIDERATO CHE:

Nel giugno del 2006 è entrato in vigore il Piano regionale delle attività estrattive che, classificando l’area zona altamente critica, ne obbligava la ricomposizione ambientale e la riqualificazione del sito di cava dismesso, da effettuarsi entro il temine perentorio di 2 più tre anni di proroga a partire dall’entrata in vigore del PRAE.

L’art. 89 al comma 16 delle N.d.A. del PRAE richiama la scadenza delle autorizzazioni rilasciate ai sensi della legge 54/85 il cui termine già prorogato più volte era da ritenersi perentoriamente fissato al 31 Marzo 2007.

Nonostante tale obbligatoria scadenza le autorizzazioni vengono prorogate con decreti dirigenziali e atti d’ufficio. Provvedimenti impugnati dinanzi al tribunale amministrativo di Napoli dai comitati e associazioni di Caserta perché ritenuti illegittimi, in quanto l’organo competente al rilascio di proroghe non poteva essere il dirigente del Genio Civile di Caserta.

Il 16 ottobre 2006 la Cementi  Moccia presenta un progetto di dismissione della cava Santa Rosalia che prevede sia la cosiddetta ricomposizione ambientale sia la riqualificazione dell’area dismessa. Il progetto di ricomposizione è approvato il 28 luglio 2008 e prevede un ingente quantitativo di materiale da estrarre, circa 1.600.000 mc che si sommano alle volumetrie estratte nel periodo precedente all’approvazione del piano. Il progetto dovrà ultimarsi obbligatoriamente entro il 30 giugno 2011. Il materiale di calcare approvato nel progetto sommato a quello estratto negli anni precedenti dimostra che la ditta Moccia ha svolto un’attività estrattiva finalizzata ad alimentare l’impianto di cementificio e che, tranne le evidente e spoglie gradonature realizzate con un notevole arretramento dei fronti di cava, non ha assolutamente ricomposto la montagna che risulta all’impatto visivo notevolmente degradata. Ciò in netta violazione dell’art.9 della legge regionale sulle attività estrattive che impone la contestuale ricomposizione all’attività estrattiva. Questa circostanza, però non è sembrata importante agli occhi di chi avrebbe l’obbligo di vigilare, prevenire e reprimere.

La ditta Moccia opera in San Clemente da circa mezzo secolo e si insediò nella frazione in vicinanza di abitati già esistenti e di una popolazione che oggi rappresenta il casertano d’origine essendo vissuta in San clemente da generazioni. Molti edifici della zona da sempre abitati sono assoggettati al vincolo architettonico. All’epoca probabilmente la totale mancanza di considerazione della popolazione che vivevano a ridosso dei colli Tifatini e delle autorità accondiscendenti e indifferenti al progetto vanvitelliano e agli insediamenti borbonici, hanno consentito l’insediamento di industrie insalubri di prima classe e di numerosi siti di cava che hanno operato in maniera selvaggia e troppo spesso abusiva in assoluta assenza di controlli e di prevenzione di qualsiasi danno al paesaggio, all’ambiente e alla salubrità dell’aria, alla vivibilità e alla salute dei cittadini e delle produzioni agricole e zootecniche. Nemmeno cinquant’anni fa poteva realizzarsi un cementificio in San Clemente, ma i cittadini del capoluogo di provincia sono stati sacrificati all’industria del cemento prodotto da ben due cementifici che hanno fagocitato i nostri rigogliosi colli Tifatini. L’arroganza di questi “imprenditori” è arrivata, come si è in precedenza ricordato, persino ad uno stravolgimento della storia delle origini delle frazioni casertane, infatti l’ espressioni più ricorrenti è la seguente: “Le cave esistevano prima delle case”, affermazioni dettate oltre che da un interesse privato anche dall’ignoranza dei fatti storici del popolo casertano che si insediò, come si è detto, alle pendici dei colli Tifatini in epoca preromana.  Ebbene questa frase riassume un modo di pensare che non può appartenere a chi rispetta il territorio, l’ambiente e la propria gente. Il popolo casertano con le proprie dimore esisteva prima delle cave e cementifici, ma prima ancora dell’uomo esistevano colli che sono scomparsi.  Noi non abbiamo mai avuto un cementificio distante di 10 KM dalle case, forse neanche di 10 metri. Non abbiamo mai avuto un piano cave. Non abbiamo mai avuto un settore di controllo competente. Non abbiamo mai avuto strade costruite dai cavaioli. Non abbiamo incassato neanche la metà dei contributi che obbligatoriamente i cavaioli avrebbero dovuto versare ai comuni.  Le nostre cave e cementifici sono state una risorsa solo per questi “imprenditori” e una distruzione per il nostro territorio.

Per gli imprenditori di cava i termini Valutazione di Impatto Ambientale non esistono. Essi operano in virtù della dismissione che è diventato l’alibi della tolleranza generale. Essi non si sono mai adeguati alla normativa vigente e mai si adegueranno o potranno adeguarsi. L’impianto Moccia è un rumoroso carroccio che si ingolfa continuamente sputando fumo soprattutto quando può confondersi con le nuvole.

Subire per decenni un transito di camion che ha portato con sé bambini ammazzati e pezzi di case nel cuore della frazione di Centurano, vivere sotto lo scoppio delle mine in case tremolanti e lesionate, respirare polveri di cave e cementifici fino a vedersi la gola sanguinare, ed essere lasciati soli di fronte al potere economico non può classificarsi privilegiati o cittadini di serie A. Ci saremmo sentiti tali se fossimo stati spettatori di uno scempio e non l’avessimo vissuto sulla nostra pelle. In questo senso respingiamo con forza alcune gravi insinuazioni avanzate da cittadini della provincia in queste settimane.

Decenni di denunce fino ad arrivare ad un sequestro che non ci avrebbe restituito nulla ma almeno ci ha dato un segnale di giustizia. Un sequestro che si è indebolito negli anni mentre si svolgeva il più importante processo degli ultimi tempi. Un processo che ha partorito una sentenza assurda e non credibile che sembra legittimare ogni sorta di abuso. Ma la questione è ben lontana dall’essere archiviata e tutto il movimento della società civile casertana e delle associazioni ambientaliste sono costituite in quel processo che vedrà la fase di appello nel tribunale di Napoli.

PRESO ATTO CHE:

A Caserta e Maddaloni i cavaioli sono stati esentati dalla valutazioni di impatto ambientale e dagli adeguamenti alle direttive comunitarie. Nella risposta a una nostra interrogazione alla commissione ambiente europea, Stravros Dimas, il 16 dicembre 2008, afferma, infatti: “In base alle più recenti informazioni pervenute alla Commissione ambiente, agli impianti Moccia spa e Cementir srl non è stata ancora concessa un’autorizzazione integrata rilasciata a norma della direttiva IPPC”. La direttiva IPPC è applicata per la riduzione integrata e la prevenzione dell’inquinamento, ad essa si aggiungono le norme relative alla qualità dell’aria. Gli impianti insistenti nel territorio di Caserta e Maddaloni si sarebbero dovuti adeguare alla normativa comunitaria già entro il 30 ottobre 2007. Al 16 dicembre 2008 gli impianti di cementificio non risultavano adeguati all’IPPC come non risultavano azioni intraprese per conformarsi ai valori limite dell’inquinamento atmosferico. I dati rilevati negli anni 2005, 2006, 2007 rilevano, infatti, superamenti dei valori limite del particolato pm10.  I dati Ispra APAT 2008 confermano questo superamento.  Il 26 gennaio 2009 l’ASL CE1 trasmette ai sindaci di Maddaloni e di Caserta la relazione dei dati rilevati dall’agenzia ministeriale.  La relazione riferisce che la “qualità dell’aria nella zona di Caserta ha risentito di frequenti superamenti limite di legge stabilito per l’inquinante PM10 (circa il doppio di quelli ammessi dalla normativa vigente, il DM 60/2002, che sono al massimo 35)”. Già dal 27 settembre al 8 ottobre l’ARPAC attraverso il CRIA aveva provveduto attraverso una stazione mobile al rilevamento di tutti gli agenti inquinanti in località Centurano e San Clemente nell’area circostante al cementificio Moccia. In dodici giorni di monitoraggio dove non si rilevavano superamenti di altri inquinanti, per ben due volte il PM10 sono oltre i parametri di riferimento.  Facendo un calcolo approssimativo si confermano superamenti annui di circa il doppio. E in riferimento a San Clemente si può affermare che l’inquinamento delle PM10 è causato dal cementificio Moccia non essendo stati rilevati superamenti  di ossidi di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio e biossido di azoto.  Un cementificio che andrebbe a realizzarsi nel luogo idoneo non potrebbe non essere sottoposto sia alla normativa che consenta la costruzione sia a quella di controllo e abbattimento dell’inquinamento a cui devono sottostare tali industrie classificate insalubri di prima classe per la pericolosità a cui espongono la salute pubblica in caso di mancato adeguamento normativo cosi come è avvenuto a Caserta e Maddaloni e continua a persistere.

RILEVATO CHE:

  • Il testo unico delle leggi sanitarie (Regio decreto 27 Luglio 1934, n. 1265 ) all’ art. 216 capo III, riporta quanto segue: “Le manifatture o fabbriche che producono vapori, gas o altre esalazioni insalubri o che possono riuscire in altro modo pericolose alla salute degli abitanti sono indicate in un elenco diviso in due classi. La prima classe comprende quelle che debbono essere isolate nelle campagne e tenute lontane dalle abitazioni; la seconda, quelle che esigono speciali cautele per la incolumità del vicinato”.

Nell’elenco, compilato dal Consiglio Superiore di Sanità, è approvato dal Ministro per l’interno, sentito il Ministro per le corporazioni, s’inseriscono anche i cementifici. Da qui si evince che questi impianti non solo sono incompatibili con strutture pubbliche e sanitarie ma assolutamente non possono insistere nei centri abitati in quanto pericolose per la salute pubblica. Com’è stato possibile consentire in violazione del suddetto regio decreto l’insediamento di due industrie insalubri nelle storiche frazioni casertane e nell’antica Maddaloni?

  • Gli inadeguati opifici di Casera e Maddaloni oltre all’inquinamento atmosferico e del suolo, provocano inquinamento acustico, in quanto non si sono mai conformati alla direttiva 2002/49/CE del 25 giugno 2002, relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale; e direttiva europea sul rumore ambientale, proposta COM (2000) 468 definitivo – 2000/0194 (COD), presentata dalla Commissione nel luglio 2000.
  • La Legge Quadro n.447 del 26/10/1995 – sull’inquinamento acustico – stabilisce i principi fondamentali in materia di tutela dell’ambiente esterno e dell’ambiente abitativo dal rumore, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 117 della Costituzione.
  • DPCM , (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) del 14/11/1997 – “Determinazione dei valori limite delle sorgenti sonore” riporta i diversi valori limite  nelle tabelle A, B e C.

Il valore limite delle aree residenziali è di 50 decibel nelle ore diurne e 40 nelle ore notturne, tale parametro risulta costantemente superato dagli impianti delle ditte Moccia e Cementir.

  • L’articolo 79 della Legge Regionale n.1 del 30 Gennaio 2008 annulla il comma 15 dell’art. 28 del PRAE, ma non la possibilità di delocalizzazione nelle aree di riserva cosi come confermato dal comma 12 art. 28 delle N.d.A. del PRAE e dai commi 18 e 19 art.28 delle n.d.a del PRAE.
  • Il comma 12 dell’art.28 delle n.d.a. del PRAE pur consentendo la possibilità di delocalizzazione della cava, confermata nelle aree di riserva ai commi 18 e 19 art. 28 delle N.d.A del PRAE non obbliga tale delocalizzazione, diversamente i commi 1, 2, 3 art.28 delle nda del PRAE obbligano la dismissione della cava perentoriamente entro il 30 Giugno 2011 cosi come confermato nel decreto di approvazione del piano di dismissione del 28 Luglio 2008.
  • La legge Regionale 14/08 successiva all’approvazione del programma di dismissione della cava Santa Rosalia, rafforza il concetto di criticità dell’area casertana oggetto di escavazione incontrollata. E in tal senso conferma il vincolo di ricomposizione ambientale esteso anche alle aree di crisi anticipando il termine di scadenza di tale intervento al 30 giugno 2010.
  • La delibera di giunta regionale 1500 del 18 settembre 2008 sancisce, seppur attraverso le procedure di delocalizzazione, la necessità e l’obbligo della dismissione di cava e cementificio Moccia nel comune di Caserta.

Nella preliminare conferenza di servizi di delocalizzazione della cava, alcune associazioni casertane presentavano osservazioni in merito, sostenendo che l’attività estrattiva nelle aree di riserva dovesse svolgersi successivamente e ad esaurimento delle aree suscettibili di nuove estrazioni. A seguito di queste osservazioni il presidente della conferenza (dirigente del genio civile Vincenzo Di Muoio) in sede di riunione, ha chiarito richiamando il PRAE, che la delocalizzazione nelle  aree di riserva può avvenire contestualmente alle aree suscettibili di nuove estrazioni. Tale chiarimento è ribadito nel rispetto del PRAE anche nella citata delibera 1500. Nelle osservazioni presentate si evidenziava inoltre il mancato coinvolgimento di tutte le parti sociali, diversamente avvenuto nell’attuale conferenza di servizi per la delocalizzazione. Inoltre si confermava l’obbligo e la necessità della dismissione di cava e cementificio in San Clemente. Si indicavano una serie di condizioni da rispettare per l’eventuale delocalizzazione che non si riteneva dover essere necessariamente Pietravairano . Tali condizioni sicuramente non possono sussistere nel territorio casertano. Si è addirittura sottoposto all’attenzione degli enti decisori una proposta alternativa a Pietravairano  nel tentativo di liberare Caserta e provincia da una vera e propria piaga, ritenendo a prescindere dal fabbisogno conteggiato dal recente piano delle attività estrattive che la nostra provincia ha pagato il prezzo più alto per l’estrazione di calcare di tutta la regione Campania.

La delibera dell’assessorato all’ambiente n.763 del 13 novembre 2003 che rappresenta uno degli atti con cui si decide la realizzazione del nuovo Policlinico nel comune di Caserta, rileva l’incompatibilità della struttura sanitaria con le attività estrattive. Il polo ospedaliero è in avanzata costruzione e rappresenta un’inconfutabile struttura di interesse pubblico di tutta la provincia di Caserta , oltre che un volano per lo sviluppo economico del  capoluogo di provincia. La storia del policlinico nasce circa 18 anni fa.

Antonio Ruberti, iscritto al Partito Socialista Italiano, è ministro dell’Università del settimo governo di Giulio Andreotti. Il 4 giugno 1991, sulla Gazzetta ufficiale numero 129, viene pubblicato un decreto che ha firmato poco più di due mesi prima, il 25 marzo. L’intestazione è Istituzione della seconda Università di Napoli. E, all’articolo 1, recita così: «A decorrere dall’anno accademico 1992-1993 è istituita la Seconda università di Napoli, la cui localizzazione è individuata sulla direttrice Caserta-Capua-Nola». L’8 agosto 1992, su un’altra Gazzetta ufficiale (la numero 186), verrà invece pubblicato il decreto del presidente della Repubblica Francesco Cossiga. È il documento che — all’articolo 1 — «alloca» la struttura universitaria di medicina a Caserta. La decisione conferma il via libera che era già arrivato dal Consiglio dei Ministri il 24 aprile precedente.

PER TUTTO QUANTO PREMESSO E CONSIDERATO

per tutte le azioni intraprese, per il riconosciuto ruolo pubblico e di interessi diffusi e sociale che rivestono i sottoscritti rappresentanti dei comitati e associazioni di Caserta e per la criticità in cui versa il territorio di Caserta e Maddaloni già oggetto di incontrollata attività estrattiva e diffusa illegalità che hanno generato uno squilibrio nel microclima, disagi alla vivibilità urbana, distruzione del paesaggio e del sistema collinare dei monti Tifatini, per la presenza di attività incompatibili con l’attività estrattiva e di industrie insalubri quali i cementifici, per l’ormai prossima apertura del policlinico universitario, per il diffuso degrado esistente sul territorio, per la presenza diffusa di milioni di tonnellate di rifiuti, per le emissioni e quant’altro tali attività hanno reso invivibile e incompatibile tali attività con la quotidianità e l’obbligatorietà alla tutela della salute pubblica, al diritto alla salubrità dell’aria, al diritto ad una vita tranquilla e senza molestie,i comitati e le associazioni in epigrafe indicati

SI DICHIARANO

favorevoli alla chiusura e/o alla delocalizzazione di cava e cementificio Moccia spa in un luogo che sia ritenuto idoneo ai sensi della normativa vigente e, nelle more, alla immediata chiusura degli impianti in considerazione delle violazioni sopra ricordate e  di avviare, senza indugio, alla ricomposizione ambientale senza possibilità di vendita o trasformazione di materiale ma al solo unico scopo di tentare un minimo di risarcimento ad un ambiente gravemente violentato.

In ordine alla proposta di delocalizzare il cementifico Moccia nel comune di Pietravairano si rinvia all’allegato documento tecnico del 17 luglio 2007 elaborato da Legambiente e fatto proprio in questa sede che si intende acquisito e parte integrante e sostanziale del presente atto.

Comitato di Quartiere Parco Cerasola -  Centurano                   Giovanna Maietta

Comitato civico di San Clemente                                                 Giovanni Murgia

LEGAMBIENTE Caserta                                                                 Leopoldo Coleti

CO. AS. CA.  (coordinamento associazioni casertane)                 Anna Giordano

Associazione  “Terra Nostra”                                                       Pasquale Costagliola

Comitato Salute Pubblica di Maddaloni                                       Michele Venturino

Comitato vivibilità  Maddaloni                                                    Antonio Cuomo

Comitato delle Due Sicilie                                                            Fiore Marro

ASPPI (associazione sindacale piccoli proprietari immobiliari)  Gianfranco Tedesco

Co. Em. R. (Comitato emergenza rifiuti)                                    Antonio Roano

LIPU (Lega italiana protezione uccelli)                                         Matteo Palmisani

Associazione Medici per l’Ambiente                                             Gaetano Rivezzi

WWF Caserta                                                                                  Raffaele LauriaIl tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine.



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