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19 maggio 2008
Cannes, straordinario successo per Gomorra
Cinque minuti di applausi a Cannes hanno accolto Gomorra, film tratto dal libro-evento di Roberto ...

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di: Comunicato Stampa | Attualità • Secondo Piano

Cinque minuti di applausi a Cannes hanno accolto Gomorra, film tratto dal libro-evento di Roberto Saviano, un viaggio nell’impero economico criminale e nel sogno di dominio della camorra.

Un sostantivo da sbirro, camorra, in disuso tra i suoi attori che gli preferiscono quello di “sistema”, e che ha fatto stragi per diecimila morti negli ultimi trent’anni, più di qualsiasi strage di Stato avvenuta nel nostro paese.

Da sempre la camorra si rispecchia nel cinema cercando tra i personaggi e le situazioni del grande schermo le parole ad effetto da adoperare, i progetti delle ville da farsi costruire, una giustificazione spettacolare alla propria esistenza, l’orgoglio del proprio predominio. Questa volta è un regista romano, Matteo Garrone, che tenta di proiettare la sintesi della realtà desunta dalle potenti e brutali righe del libro con la copertina dai coltelli rosa, e lo fa senza spettacolarizzazione ma attraverso una pura cronaca nera: come a dire, nessun riferimento a fatti o persone è puramente casuale. Dopo un prologo violentissimo, di spari e sangue virati in blu senza alcun movente conosciuto, tra esseri enormi che non sembrano più umani, ma solo flaccida carne arrostita sotto una lampada e soffocata da una musica sempre evocativa e mai descrittiva, si dipanano senza fronzoli le cinque storie asciuttezza del racconto non esclude che sia di forte impatto emotivo dove le battute sono e non sono quelle di Scarface, letteralmente citato dai giovanissimi “cani sciolti” Marco e Ciro, e il braccio teso che impugna la pistola vuole essere obliquo come si vede al cinema, mentre il mitra spara dritto nei timpani e lascia un livido viola sul petto.

L’asciuttezza del racconto non esclude che sia di forte impatto emotivo, come ad essere di fronte a un giudizio universale michelangiolesco: la forza è tutta nella descrizione di personaggi consapevolmente corrotti e immersi in un fango troppo denso dove non ci sono salvati ma solo sommersi, come il “sottomarino” Don Ciro, incaricato di portare le mesate agli affiliati di un clan allo sfascio, dipinto esattamente come sulla carta: ”silenzioso e malinconico, che aveva fatto della sua testa un corpo vuoto dove rimbombava, senza lasciar traccia, ogni parola ascoltata”. Empatia si prova nei confronti del piccolo Totò, che scopre a tredici anni che avendo deciso di stare da una parte non esistono amici o parenti, né libertà di scegliere o pensare, dunque di vivere.

Cinque storie che sintetizzano magistralmente i punti cardine di una piaga aperta e attuale come non mai allorquando Franco, un perfido Toni Servillo, fa visita al contadino ammalato deturpato consapevolmente delle sue terre adibite a discarica di rifiuti tossici, con un quadretto che sa di farsa: il vecchio è a letto e sembra un De Filippo da Natale in casa Cupiello, mentre i parenti intorno contrattano sul prezzo di vendita di una terra di cui continuano a cibarsi, che li porterà a una morte certa. E mentre cala la pioggia sul terreno dismesso e carico di diossina, sembra proprio che la guerra non sia finita, e che forse non finirà mai.

Nessuno spiraglio di luce attraversa i palazzi di Scampia, le famose e spaventose Vele, che fanno da sfondo a scene come quella dello spaccio di droga, scioccante per quanto resa con estrema naturalezza dalle telecamere di Garrone. Un solo personaggio torna sui suoi passi, un laureato senza pistola, che non a caso porta il nome di Roberto e che rifiuta di imboccare la strada che a tutti, incluso suo padre, sembra l’unica possibile per essere considerato un uomo.

Allora ecco che una speranza esiste, ed è questo film stesso, ed è scandaloso che qualcuno l’abbia considerato motivo di vergogna all’estero. E’ invece un documento importante, nonché artisticamente vicino al capolavoro, disegno a carboncino dell’Italia che stiamo vivendo, dove non c’è speranza se quello stesso Roberto è costretto a rifiutare il tappeto rosso di Cannes e a vivere sotto scorta da due anni a questa parte.



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